“Per non far finta di non sapere”, la realtà palestinese al Santa Maria della Scala - Comune di Siena

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“Per non far finta di non sapere”, la realtà palestinese al Santa Maria della Scala

“Per non far finta di non sapere”, un reportage dai campi profughi palestinesi in Libano, promosso dall’associazione culturale Un altro mondo è possibile e “La Palestina della convivenza: la storia palestinese dal 1880 al 1948”, illustrata da immagini d’epoca, e organizzata dall’associazione Hawiyya-onlus, sono le due mostre complementari ospitate nella Sala Italo Calvino del Complesso Museale Santa Maria della Scala (piazza Duomo,1) da sabato 5 a domenica 13 novembre.
Cinquanta fotografie, un DVD con circa 100 immagini in slide show accompagnate da un colonna sonora, conducono il visitatore all’interno dei campi profughi e testimoniano le condizioni dei palestinesi in Libano: circa 400.000 suddivisi in 12 campi, ai quali sono precluse 73 professioni ed è persino limitata l’iscrizione all’università.  
Gli occhi dei giovani e degli anziani raccontano molte più storie di quanto potrebbero fare le parole.
Dall’impero ottomano al mandato britannico, dalla grande rivolta araba fino alla scomparsa della Palestina.
A introdurre l’iniziativa, una giornata seminariale (sabato 5 novembre, dalle 9.30), aperta alla cittadinanza, alla quale interverranno, insieme ad Alessandro Cannamela, assessore alla Pace e alla Cooperazione Internazionale del Comune di Siena, Maurizio Musolino giornalista e scrittore, Wasim Dahmash, professore di Letteratura araba all’Ateneo di Cagliari,  Mauro Moretti, docente di Storia Moderna all’Università per Stranieri di Siena, Maria Grazia Imperiale dell’associazione Zaatar onlus di Genova e Fabio Cappelli, fotoreporter e rappresentante dell’associazione “Un altro mondo è possibile”.
L’appuntamento è un atto di denuncia su una situazione troppo spesso dimenticata, anche dai media, e, allo stesso tempo, un messaggio di speranza, quello che si coglie nei sorrisi dei bambini, che cercano di crearsi un loro mondo di serenità, facendo sperare in un domani migliore. Un buon modo per dare voce a chi non riesce a farla giungere alle nostre orecchie.